C'è un momento, spesso all'inizio, in cui pensi solo che il capo sia "un po' difficile" o che una collega sia "fatta così". Poi le occhiate di traverso, le battute pungenti, i compiti tolti senza spiegazione, le riunioni a cui smetti di essere invitato diventano una costante. Il mobbing sul lavoro raramente esplode all'improvviso: si insinua piano, giorno dopo giorno, fino a diventare un logorio quotidiano difficile da nominare — e proprio per questo difficile da fermare. Riconoscerlo per tempo è il primo passo per proteggere la propria salute e la propria carriera.
Cos'è il mobbing: la definizione OMS e INAIL
L'Organizzazione Mondiale della Sanità inquadra il mobbing all'interno della violenza sul lavoro: episodi in cui una persona viene abusata, minacciata o aggredita psicologicamente in un contesto legato all'attività lavorativa, con conseguenze dirette su salute, sicurezza e benessere.
In Italia, l'INAIL riconosce le patologie causate da mobbing tra quelle che danno diritto al riconoscimento del danno biologico, basandosi in gran parte sugli studi dello psicologo del lavoro Harald Ege, che ha adattato alla realtà italiana il modello elaborato originariamente da Heinz Leymann. Secondo questa definizione, il mobbing è "una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente e in costante progresso, in cui una o più persone vengono fatte oggetto di azioni ad alto contenuto persecutorio da parte di uno o più aggressori, con lo scopo di causare alla vittima danni di vario tipo e gravità".
Perché si possa parlare di mobbing in senso tecnico, gli esperti individuano alcuni criteri ricorrenti: la frequenza (le azioni ostili si ripetono almeno una volta a settimana), la durata (per un periodo di almeno sei mesi), l'intenzionalità persecutoria e il dislivello di potere tra chi agisce e chi subisce. Si parla di mobbing verticale (o bossing) quando arriva da un superiore, e di mobbing orizzontale quando proviene dai colleghi.
Le fasi tipiche del mobbing
Secondo il modello elaborato da Ege, il mobbing italiano attraversa solitamente una serie di fasi, spesso precedute da una "condizione zero": la normale conflittualità fisiologica che esiste in qualunque ambiente di lavoro, e che di per sé non è ancora mobbing.
- Conflitto mirato — da un clima di tensione generale, una persona viene individuata come bersaglio e diventa il "capro espiatorio" su cui si concentra l'ostilità.
- Inizio del mobbing vero e proprio — le azioni ostili diventano sistematiche: isolamento, esclusione da informazioni e riunioni, critiche continue, compiti dequalificanti o task impossibili da portare a termine.
- Primi sintomi psicosomatici — insonnia, ansia, cali di concentrazione, mal di testa, tensione muscolare: il corpo comincia a segnalare che qualcosa non va.
- Errori e abusi nella gestione del personale — l'azienda, invece di intervenire, spesso peggiora la situazione: provvedimenti disciplinari immotivati, demansionamenti, trasferimenti punitivi.
- Aggravamento della salute — ansia cronica, depressione, disturbi da stress post-traumatico: la persona può arrivare a un vero e proprio crollo psicofisico.
- Esclusione dal mondo del lavoro — dimissioni forzate, licenziamento o allontanamento definitivo, spesso vissuti come l'unica via di uscita possibile.
Non tutte le situazioni seguono questo percorso in modo lineare, ma riconoscere anche solo le prime fasi può fare la differenza tra intervenire subito o lasciare che la situazione si aggravi.
Come documentare gli episodi
Chi vive una situazione di mobbing spesso si sente dire "non hai prove". Costruire una documentazione solida, fin dai primi episodi, è invece possibile e fondamentale.
- Tieni un diario dettagliato: per ogni episodio annota data, ora, luogo, persone coinvolte, cosa è successo esattamente (con le parole usate, se possibile) e come ti sei sentito.
- Conserva ogni traccia scritta: email, messaggi, chat aziendali, comunicazioni ufficiali, valutazioni di performance sospette o immotivate.
- Individua eventuali testimoni e, se possibile, chiedi loro una testimonianza scritta o la disponibilità a confermare i fatti in caso di necessità.
- Conserva la documentazione medica: certificati, referti, prescrizioni legate a sintomi da stress, ansia o disturbi del sonno collegabili temporalmente agli episodi.
- Evita di modificare o "ripulire" gli appunti col senno di poi: la coerenza cronologica è ciò che dà credibilità alla documentazione.
I canali di segnalazione
Non bisogna affrontare tutto da soli. Esistono diversi canali a cui rivolgersi, spesso in parallelo:
- Il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) in azienda, o il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP).
- Il medico competente aziendale, che può valutare l'impatto sulla salute e attivare percorsi di tutela.
- L'ufficio Risorse Umane, se percepito come un interlocutore realmente imparziale — non sempre è così, ed è bene valutarlo caso per caso.
- Il sindacato di riferimento, che può offrire supporto informativo, legale e di mediazione.
- La Consigliera o il Consigliere di Fiducia, figura presente in molte aziende e pubbliche amministrazioni per la gestione di casi di mobbing e molestie.
- L'Ispettorato Nazionale del Lavoro, per segnalazioni più formali.
- Sportelli anti-mobbing attivati da alcune ASL, Regioni o associazioni territoriali, spesso gratuiti.
Quando cercare supporto legale e psicologico
Se gli episodi si ripetono, se la salute comincia a risentirne o se i canali interni non portano a nessun cambiamento, è il momento di cercare un supporto esterno e specializzato.
Un avvocato giuslavorista può aiutare a valutare la fondatezza di un'eventuale azione legale: il mobbing, se documentato, può dare diritto al risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale, sulla base dell'articolo 2087 del Codice Civile, che impone al datore di lavoro di tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori.
Parallelamente, un supporto psicologico non è un segno di debolezza, ma uno strumento concreto per elaborare lo stress accumulato, ritrovare lucidità nelle decisioni da prendere e proteggere la propria salute mentale nel lungo periodo. Molti professionisti specializzati in psicologia del lavoro conoscono bene la dinamica del mobbing e possono, se richiesto, fornire una relazione utile in sede legale.
Nessuno dovrebbe abituarsi a sentirsi sbagliato o inadeguato sul proprio posto di lavoro. Se ti riconosci anche solo in parte in questo percorso, il primo passo è dare un nome a quello che sta succedendo — e sapere che esistono strumenti concreti, canali reali e persone pronte ad aiutarti a uscirne. Non devi affrontarlo in solitudine.
I contenuti di questo blog hanno scopo informativo e non sostituiscono il parere del medico o dello psicologo.
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