Quante volte ci è capitato di pensare, davanti a un bambino che si oppone o scoppia a piangere per un capriccio: «lo fa apposta, vuole solo mettermi alla prova»? Lo psicologo americano Ross Greene propone un’idea che ribalta questa lettura: i bambini si comportano bene se possono. Non se vogliono, se sono educati abbastanza o se li mettiamo abbastanza in punizione: se possono, cioè se hanno davvero le capacità, in quel momento, di gestire ciò che gli viene chiesto.
Nel suo modello, chiamato Collaborative & Proactive Solutions (Soluzioni Collaborative e Proattive), un comportamento difficile non è un problema di motivazione ma la punta visibile di un’abilità che ancora manca: flessibilità, tolleranza alla frustrazione, capacità di risolvere problemi. Il primo studio randomizzato e controllato sull’efficacia di questo approccio, condotto da Greene e colleghi nel 2004 su 47 famiglie con bambini oppositivi, ha mostrato miglioramenti significativi già al termine del trattamento, confermati a distanza di quattro mesi. Una ricerca più ampia, con 134 ragazzi (Ollendick e colleghi, 2015), ha rilevato che circa la metà dei bambini trattati con questo metodo non presentava più i sintomi della diagnosi iniziale, contro nessun miglioramento nel gruppo in lista d’attesa.
Una nota di rigore, però, è giusta: la valutazione scientifica indipendente del CEBC (California Evidence-Based Clearinghouse) colloca questo approccio a un livello intermedio di evidenza, non al massimo, e segnala che mancano ancora strumenti condivisi per misurarne l’applicazione corretta. Non è quindi una formula magica, ma uno strumento con basi serie, da usare con equilibrio.
Cosa cambia in pratica? Invece di imporre una soluzione dall’alto («fai così e basta»), il metodo propone di affrontare il problema insieme al bambino, in un momento calmo e non nel pieno della crisi: capire cosa lo blocca, dire la propria preoccupazione, e cercare insieme una soluzione che vada bene a entrambi. Non significa essere permissivi: significa insegnare, un passo alla volta, le abilità che ancora mancano.
La prossima volta che un bambino si oppone, prima di chiedervi «perché non vuole obbedire», provate a chiedervi «cosa gli sta rendendo difficile, in questo momento, fare quello che gli chiedo». Cambia la domanda, e spesso cambia anche la risposta che troviamo.
Fonti
- CEBC – California Evidence-Based Clearinghouse for Child Welfare, “Collaborative & Proactive Solutions” (cita Greene et al. 2004 e Ollendick et al. 2015)
- Ross W. Greene, Wikipedia
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