Il 12 ottobre 2019, a Vienna, il keniano Eliud Kipchoge ha corso una maratona in 1 ora, 59 minuti e 40 secondi, diventando il primo essere umano nella storia a scendere sotto le due ore su questa distanza. L’evento, chiamato INEOS 1:59 Challenge, non era una gara ufficiale: era un esperimento organizzato per dare a un solo atleta le condizioni migliori possibili per compiere l’impresa — un percorso pianeggiante nel parco del Prater, un’auto pace-car con un laser proiettato a terra per segnare il ritmo, una squadra di oltre quaranta pacemaker alternati in formazione a V per ridurre la resistenza dell’aria, e scarpe da corsa di ultima generazione.
Ma dietro l’organizzazione impeccabile, a colpire di più è stata la frase che Kipchoge ripete da anni, ben prima di quel giorno: “No human is limited”, nessun essere umano è limitato. Non uno slogan pubblicitario nato dopo il successo, ma una convinzione che l’atleta portava con sé già negli allenamenti e negli insuccessi — incluso il primo tentativo, nel 2017 a Monza, fermatosi a 2h00’25”, a soli 25 secondi dal traguardo.
La scienza dello sport ha un nome per il fenomeno che rendeva quel muro delle due ore così temuto: la teoria del “governatore centrale” del fisiologo Tim Noakes, secondo cui buona parte dei limiti percepiti durante uno sforzo estremo non dipende solo dai muscoli o dai polmoni, ma dal cervello, che rallenta il corpo per proteggerlo da un pericolo spesso sovrastimato. È lo stesso meccanismo che, decenni prima, riguardava il miglio in quattro minuti: ritenuto impossibile finché Roger Bannister non lo corse nel 1954 — e nei due mesi successivi altri tre atleti fecero lo stesso.
Cosa resta, per chi non correrà mai una maratona, di una storia come questa? Il punto non è il record in sé, ma il metodo con cui è stato raggiunto: un obiettivo enorme, scomposto in traguardi intermedi misurabili (ogni chilometro doveva essere corso in 2’50”), un ambiente costruito apposta per sostenere lo sforzo, e una squadra di persone pronta a spingere quando le energie calano. È lo stesso principio alla base della teoria della definizione degli obiettivi di Locke e Latham: gli obiettivi specifici e sfidanti, se accompagnati da un piano concreto e da un riscontro regolare, producono risultati migliori di un generico “fare del proprio meglio”.
Il limite più concreto, spesso, non è nel corpo o nelle circostanze: è nella storia che ci raccontiamo su cosa siamo in grado di fare. Cambiarla — un chilometro, un passo, un piccolo traguardo alla volta — è già un modo per spostarlo.
Fonti
- INEOS 1:59 Challenge, resoconto ufficiale, ineos159challenge.com, ottobre 2019
- Wikipedia, “Ineos 1:59 Challenge” (dati su tempo, data, location)
- Noakes T., “The Central Governor Model of Exercise Regulation”, British Journal of Sports Medicine, 2004
- Locke E. A., Latham G. P., “Building a Practically Useful Theory of Goal Setting and Task Motivation”, American Psychologist, 2002
Seguimi sui social
Se questo articolo ti è stato utile, ogni giorno pubblico contenuti come questo anche sui miei canali. Iscriviti e seguimi:
Lascia un commento