«Pensi di aver toccato il tuo limite; poi qualcosa accade e scopri che puoi andare ancora oltre.» Ayrton Senna non parlava soltanto di motori e giri di pista: parlava di quella sensazione che tutti conosciamo, quando le gambe sembrano vuote, la mente dice basta e siamo convinti di non avere più nulla da dare. Eppure, molto spesso, non è vero.

Lo conferma il lavoro del fisiologo Samuele Marcora, dell’Università del Kent, con il suo modello psicobiologico della resistenza. Secondo Marcora non smettiamo di spingere perché il corpo ha esaurito le energie, ma perché il cervello decide che lo sforzo percepito — quanta fatica ci “costa” quel gesto — ha raggiunto un livello che non siamo più disposti a tollerare. In altre parole: il limite che sentiamo è spesso una soglia mentale, non un muro fisico.

In uno studio ormai celebre, pubblicato sul Journal of Applied Physiology nel 2009, Marcora e colleghi fecero affrontare a un gruppo di volontari novanta minuti di un compito mentale impegnativo, prima di un test fisico fino all’esaurimento. Il risultato? Chi arrivava mentalmente affaticato si fermava in media il 15% prima, pur avendo gli stessi muscoli e lo stesso cuore. La stanchezza della mente, non solo quella del corpo, sposta il nostro traguardo.

La buona notizia è che quella soglia si può spostare. Ridurre la fatica percepita è possibile: allenarsi anche quando si è un po’ stanchi abitua il cervello a tollerare lo sforzo; spezzare un obiettivo grande in piccoli traguardi rende ogni passo più leggero; e persino il dialogo interiore conta, perché parlarsi con incoraggiamento invece che con rimprovero abbassa concretamente la sensazione di fatica. Non serve ingannarsi: serve ricordarsi che la voce che dice «basta» arriva quasi sempre prima del limite vero.

Questo non vale solo nello sport. Vale per lo studio, per un progetto difficile, per una giornata storta che sembra non finire mai. La prossima volta che senti di non avere più niente, prova a chiederti: è il corpo, o è la mente che ha alzato bandiera bianca un attimo troppo presto? Spesso, proprio un istante dopo quel «non ce la faccio», c’è ancora un piccolo passo possibile. E quel passo, sommato a mille altri, è ciò che chiamiamo andare oltre.

Fonti

  • Marcora S.M., Staiano W., Manning V., «Mental fatigue impairs physical performance in humans», Journal of Applied Physiology, 2009, 106(3), 857–864.
  • Samuele Marcora, modello psicobiologico della resistenza e ruolo dello sforzo percepito, University of Kent (Sports Medicine, 2014).

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