Da piccoli ci hanno spesso insegnato a “controllare” le emozioni, come se fossero un intruso da tenere a bada mentre la vera intelligenza abita altrove, nella ragione fredda e calcolatrice. La filosofa americana Martha Nussbaum, una delle voci più influenti della filosofia morale contemporanea, ribalta questa idea da capo a piedi: nel suo libro Upheavals of Thought: The Intelligence of Emotions (Cambridge University Press, 2001) sostiene che le emozioni non sono il contrario del pensiero, ma una sua forma. Provare paura, per Nussbaum, significa emettere un giudizio: sto valutando che qualcosa a cui tengo è minacciato. Provare gratitudine significa riconoscere che qualcuno ha fatto qualcosa di prezioso per noi. Il lutto è il giudizio che abbiamo perso qualcosa di insostituibile. In questa prospettiva, un’emozione non “disturba” la nostra capacità di ragionare: la esprime, portando alla luce cosa contiamo davvero e cosa vogliamo proteggere nella nostra vita.
Questa intuizione non resta astratta. Anni dopo, in Creating Capabilities: The Human Development Approach (Belknap Press di Harvard University Press, 2011), Nussbaum sviluppa insieme all’economista Amartya Sen il celebre “approccio delle capacità”: una lista di condizioni che ogni persona dovrebbe poter raggiungere per vivere una vita degna della dignità umana. Tra queste — accanto a salute, istruzione, libertà di pensiero — compare esplicitamente la capacità di provare emozioni: poter amare chi ci ama e si prende cura di noi, poter provare dolore per una perdita, poter sentire una rabbia giustificata di fronte a un torto, senza che questo sviluppo emotivo venga soffocato da paura o ansia paralizzanti. Per Nussbaum, una società che impedisce alle persone di sentire pienamente non è solo più fredda: è meno giusta.
Cosa possiamo portarci a casa, nel quotidiano? Provare a fare, davanti a un’emozione forte, la domanda che Nussbaum ci insegna a farci: che giudizio sto esprimendo? Cosa mi sta dicendo questa rabbia, questa tristezza, questa gioia, su ciò che per me conta davvero? Vale anche per chi ci sta vicino: quando un figlio piange o un partner si arrabbia, quel gesto non è “irrazionale” da correggere in fretta, ma un messaggio da ascoltare. Non significa lasciarsi travolgere da ogni emozione, ma smettere di considerarle un rumore di fondo da zittire. Sono, semplicemente, un altro modo di pensare.
Fonti
- Nussbaum, M. C. (2001). Upheavals of Thought: The Intelligence of Emotions. Cambridge University Press.
- Nussbaum, M. C. (2011). Creating Capabilities: The Human Development Approach. Belknap Press of Harvard University Press.
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