C’è un momento che si ripete in tante case, quasi sempre a tavola: qualcuno racconta un aneddoto di famiglia. Il nonno che ha attraversato il paese in bicicletta per conoscere la nonna, la zia che ha aperto la prima bottega del quartiere, chi ha perso tutto in un momento difficile e ha ricominciato da capo. Sembrano solo ricordi per passare il tempo, ma la psicologia ha scoperto che fanno molto di più: costruiscono nei più piccoli una base solida su cui reggersi quando arrivano le difficoltà.

Nel 2001 Marshall Duke e Robyn Fivush, psicologi della Emory University, misero a punto uno strumento semplice, la scala “Do You Know?”: venti domande per capire quanto un ragazzo o una ragazza conoscesse la propria storia familiare, da dove venivano i nonni a come si erano conosciuti i genitori, dalle difficoltà attraversate ai valori tramandati. I risultati mostrarono una correlazione netta tra questa conoscenza e l’autostima, il senso di controllo sulla propria vita e la capacità di reggere lo stress. Il legame emerse con ancora più forza dopo l’11 settembre: tra i bambini testati prima degli attentati, quelli che conoscevano meglio la storia della propria famiglia si dimostrarono i più capaci di attraversare il trauma collettivo senza esserne travolti. Lo studio venne poi pubblicato nel 2008 sulla rivista Psychotherapy: Theory, Research, Practice, Training, a firma di Duke, Amber Lazarus e Fivush, come indice clinicamente utile di benessere psicologico.

Non serve un archivio genealogico perfetto per mettere in pratica questa scoperta. Basta raccontare, a cena o prima di dormire, come si sono conosciuti i genitori, quali difficoltà ha attraversato la famiglia e in che modo le ha superate, quali passioni o mestieri si sono tramandati nel tempo. Conta anche il tono con cui si racconta: la ricerca distingue tra chi narra la propria storia come una linea sempre in salita, chi la racconta come una perdita continua, e chi invece mostra alti e bassi insieme alla capacità di attraversarli — quest’ultimo è lo stile che protegge di più, perché insegna che le difficoltà si superano, e non da soli.

La prossima volta che un pranzo scivola verso i ricordi di famiglia, vale la pena lasciarlo scorrere: non è solo nostalgia, è un modo concreto per dare a chi ascolta radici più salde.

Fonti

  • Duke, M. P., Lazarus, A., & Fivush, R. (2008). Knowledge of family history as a clinically useful index of psychological well-being and prognosis: A brief report. Psychotherapy: Theory, Research, Practice, Training, 45(2), 268–272.
  • Feiler, B. (2013). The Stories That Bind Us. The New York Times.

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