Tra i tre “segni dell’esistenza” al centro dell’insegnamento del Buddha, tramandati nel Canone Pali, c’è l’anicca: l’impermanenza. Tutto ciò che è condizionato — il corpo, le relazioni, gli stati d’animo, persino le stagioni — nasce, cambia e passa, senza eccezioni. Secondo questo insegnamento, gran parte della sofferenza umana (dukkha) nasce non dal cambiamento in sé, ma dal nostro aggrapparci a ciò che vorremmo restasse fermo: la giovinezza, una relazione com’era all’inizio, un momento di felicità che vorremmo trattenere per sempre. Accettare l’impermanenza non significa smettere di amare o di desiderare, ma smettere di combattere una battaglia che, per definizione, non si può vincere.

Questa intuizione millenaria ha trovato un ponte sorprendente con la psicologia contemporanea. Lo psicologo americano Steven Hayes, fondatore dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), ha riconosciuto esplicitamente l’influenza della psicologia buddhista nello sviluppo del proprio approccio: al centro dell’ACT c’è l’idea che combattere pensieri ed emozioni spiacevoli — cercare di controllarli o eliminarli a tutti i costi — li rende spesso più forti, mentre imparare ad accoglierli come esperienze transitorie, senza identificarcisi, riduce ansia e sofferenza in modo più duraturo. Numerosi studi clinici hanno confermato l’efficacia di questo approccio, oggi tra i più utilizzati nella terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione.

Un piccolo esercizio ispirato a questa tradizione: davanti a un cambiamento che si fatica ad accettare — una relazione che finisce, un corpo che invecchia, un umore nero che sembra non passare mai — prova a dirti mentalmente “anche questo è impermanente”. Non per minimizzare il dolore, ma per ricordarti che nessuno stato, buono o cattivo, dura per sempre: allentare la presa, invece di stringerla, è spesso il primo passo per stare meglio.


Fonti

  • Insegnamento sull’impermanenza (anicca), Canone Pali (Tipitaka), tradizione buddhista primitiva.
  • Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (1999). Acceptance and Commitment Therapy.

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