Iris Murdoch (1919-1999), scrittrice e filosofa irlandese naturalizzata britannica, pubblicò nel 1970 La sovranità del bene, uno dei testi più influenti della filosofia morale del Novecento. Al centro del libro c’è un’idea che ha attraversato decenni restando sorprendentemente attuale: la maggior parte dei nostri fallimenti morali non nasce da una debolezza di volontà, ma da un modo distorto di guardare gli altri, filtrato dall’ansia, dalla gelosia, dal risentimento o semplicemente dai nostri bisogni. Da qui la sua definizione più celebre: “L’amore è la scoperta estremamente difficile che qualcosa al di fuori di noi stessi è reale.”

Murdoch chiama questo lavoro “unselfing” — uscire da sé — e lo descrive attraverso l’immagine di chi, assorto nei propri pensieri ansiosi, alza lo sguardo e vede per caso un gheppio librarsi in volo: per un istante, l’attenzione portata a quel dettaglio esterno spazza via l’autoreferenzialità e ci restituisce al mondo reale. Debitrice esplicita della filosofa Simone Weil, che ammirava profondamente, Murdoch sostiene che il vero progresso morale non avviene tanto al momento della decisione, quanto prima: nella paziente disciplina di imparare a vedere davvero un’altra persona, senza le fantasie autoreferenziali che di solito proiettiamo su di lei.

Un esercizio ispirato a questa idea: la prossima volta che una persona vicina ti irrita o ti delude, prova a chiederti — sto vedendo davvero lei, o sto vedendo la mia ansia, la mia storia su di lei? Prova a descriverla mentalmente nel modo più oggettivo possibile, come se dovessi spiegarla a uno sconosciuto che non l’ha mai incontrata. Spesso basta questo piccolo spostamento di sguardo per liberare spazio a una reazione più vera — e più gentile.


Fonti

  • Murdoch, I. (1970). The Sovereignty of Good. Routledge & Kegan Paul.

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