Cammini in strada, o sei seduta su un autobus, e per un attimo guardi le persone intorno a te: uno sconosciuto al telefono, una donna che aspetta il verde al semaforo, un ragazzo con le cuffie. Per la maggior parte della giornata, queste persone restano sullo sfondo della tua vita — comparse, sfocate, quasi non-persone. Poi, a volte, arriva un lampo diverso: capisci, davvero, che ognuna di loro ha una vita complicata e vivida quanto la tua, fatta di amori, preoccupazioni, ricordi, un’infanzia intera, una famiglia che le aspetta a casa. Per questo lampo, in inglese, esiste ormai una parola: sonder.

Sonder non è un termine “vero” nel senso classico — è stato inventato nel 2012 dallo scrittore statunitense John Koenig per il suo progetto “The Dictionary of Obscure Sorrows” (diventato poi un libro pubblicato da Simon & Schuster nel 2021), una raccolta di parole coniate apposta per dare un nome a emozioni che tutti proviamo ma che la lingua non aveva ancora catturato. La definizione originale di Koenig è quasi poetica: “la consapevolezza che ogni passante sta vivendo una vita vivida e complessa quanto la tua propria — popolata di ambizioni, amici, abitudini, preoccupazioni… una storia epica che continua invisibile intorno a te.”

Perché ci serve davvero, questa parola? Perché la nostra mente fa esattamente il contrario per abitudine. Nel 2001 gli psicologi Emily Pronin, Justin Kruger, Kenneth Savitsky e Lee Ross hanno pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology uno studio diventato un classico sulla cosiddetta “illusione dell’insight asimmetrico”: tendiamo a credere di conoscere gli altri meglio di quanto loro conoscano noi, e a vivere noi stessi come pieni di sfumature e pensieri nascosti, mentre percepiamo gli altri come più semplici, più prevedibili, quasi a una dimensione. È un bias silenzioso, ma pesante: è più facile giudicare in fretta chi ci sembra “solo” un cassiere scortese o un automobilista che ci ha tagliato la strada, se dimentichiamo che dietro quel comportamento c’è una giornata intera che non conosciamo.

Provare sonder, anche solo per qualche secondo al giorno, è un piccolo esercizio contro questo pilota automatico. Oggi, prova a fermarti su una persona qualunque — chi ti serve il caffè, chi cammina lento davanti a te — e a immaginare, con onestà, che tipo di vita intera potrebbe avere. Non cambierà la sua giornata. Ma probabilmente cambierà, un po’, la tua.

Fonti

  • Koenig, J. (2021). The Dictionary of Obscure Sorrows. Simon & Schuster. (Progetto originale dal 2012, dictionaryofobscuresorrows.com)
  • Pronin, E., Kruger, J., Savitsky, K., & Ross, L. (2001). You don’t know me, but I know you: The illusion of asymmetric insight. Journal of Personality and Social Psychology, 81(4), 639–656.

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Avatar Floriana Missori

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