Nell’Alessandria del IV secolo, una città attraversata da tensioni religiose sempre più dure, c’era una scuola dove pagani e cristiani sedevano nella stessa stanza ad ascoltare la stessa lezione. A guidarla era una donna: Ipazia, matematica, astronoma e filosofa, a capo della scuola neoplatonica della città a partire dal 400 d.C. circa.

Ipazia insegnava geometria euclidea, teoria dei numeri, astronomia e la filosofia di Platone e Plotino. Ma quello che la rendeva unica, secondo le fonti storiche giunte fino a noi, non era solo la vastità del sapere: era il modo in cui lo condivideva. Le sue lezioni erano aperte a chiunque volesse imparare, indipendentemente dal credo religioso. Tra i suoi allievi più noti c’era Sinesio di Cirene, che sarebbe poi diventato vescovo cristiano: le lettere che le scrisse, chiedendole consiglio per costruire un astrolabio e un idroscopio, sono arrivate fino a noi e raccontano un’ammirazione profonda, quasi devota, per la sua competenza.

In un’epoca in cui l’appartenenza religiosa stava diventando motivo di scontro aperto, Ipazia costruì uno spazio dove contava la qualità del ragionamento, non l’etichetta di chi lo proponeva. Fu proprio questo, secondo molti storici, inclusa la studiosa Maria Dzielska, a renderla al tempo stesso rispettata e, per alcuni, pericolosa. Nel marzo del 415, Ipazia fu uccisa da una folla durante gli scontri tra fazioni religiose e politiche che dilaniavano la città. La sua morte segnò per molti l’inizio del declino di Alessandria come centro del sapere antico.

Cosa resta, oggi, di questa storia? Non solo l’immagine di una pioniera della scienza, ma un metodo. Ipazia non convinceva imponendo la propria autorità: insegnava a ragionare insieme, accogliendo chi arrivava da un percorso diverso dal proprio. È una lezione che vale anche fuori da un’aula del IV secolo. Quante volte, in una discussione in famiglia o al lavoro, ci chiudiamo prima ancora di ascoltare, solo perché chi parla la pensa diversamente da noi? Provare a fare come Ipazia significa invitare l’altro al tavolo, non escluderlo: chiedere «perché la pensi così?» prima di rispondere «hai torto».

Non serve una cattedra per applicare questo principio. Basta, nella prossima discussione che sembra destinata a diventare uno scontro, provare a fare una domanda invece che a dare subito una risposta. È un piccolo gesto, ma è lo stesso che, duemila anni fa, rendeva la scuola di Ipazia un luogo diverso da tutti gli altri.

Fonti

  • Britannica, «Hypatia»
  • Maria Dzielska, «Hypatia of Alexandria», Harvard University Press, 1995
  • MacTutor History of Mathematics (University of St Andrews), «Hypatia»

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