Il 13 ottobre 2010, poco prima delle dieci di sera, in Cile, Luis Urzúa esce dalla capsula Fénix: è l’ultimo dei trentatré minatori a tornare in superficie dopo sessantanove giorni passati a circa settecento metri di profondità. Il mondo intero guarda.
Tutto era cominciato il 5 agosto con un crollo nella miniera di San José, nel deserto di Atacama, vicino a Copiapó. Per diciassette giorni nessuno sa se siano vivi. Poi, il 22 agosto, una trivella risale con un biglietto attaccato: «Estamos bien en el Refugio los 33», stiamo bene nel rifugio, tutti e trentatré.
Che cosa li ha aiutati a resistere? Il racconto del lavoro degli psicologi, riportato tra gli altri da National Geographic, mette in luce scelte semplici. Albert Holland, psicologo della NASA, e Alberto Iturra, psicologo cileno esperto di miniere, hanno trattato minatori, famiglie e responsabili in superficie come un unico sistema di sostegno. Hanno dato ai minatori una routine, con luci che scandivano giorno e notte in sintonia con la superficie; hanno protetto la loro autonomia, considerandoli «agenti» del proprio salvataggio e non semplici vittime; hanno lasciato spazio alla preghiera, ai giochi da tavolo e alle partite viste su un piccolo schermo.
Routine, ruoli, senso di controllo e legami con gli altri sono ingredienti che gli psicologi conoscono bene quando parlano di resilienza. In una situazione estrema hanno fatto la differenza, ma è importante non fraintendere la storia.
Resilienza non significa assenza di dolore. Un anno dopo, secondo un servizio della NPR dell’agosto 2011, medici e autorità sanitarie parlavano di disturbo da stress post-traumatico per 32 dei 33 minatori, e molti facevano fatica a ritrovare lavoro e serenità. Essere salvati non cancella ciò che si è vissuto. Chiedere aiuto dopo una prova difficile fa parte della forza, non è il suo contrario.
Che cosa ce ne portiamo nella vita di tutti i giorni? Tre gesti piccoli. Dare una routine ai momenti difficili, con orari semplici per sonno e pasti. Non decidere tutto da soli, dividendo un compito con qualcuno. E dire apertamente: «Ho bisogno di una mano». Nessuno dei trentatré è tornato su da solo: ci sono volute squadre di ingegneri, medici, famiglie e una capsula costruita apposta.
E voi, a chi vorreste dire grazie per una mano che vi ha tirati fuori da un momento buio? Scrivetelo nei commenti: un grazie detto ad alta voce fa bene a chi lo scrive e a chi lo riceve.
Fonti
- Voce «2010 Copiapó mining accident», Wikipedia (date, profondità, cronologia del salvataggio, squadra NASA).
- National Geographic, articolo sulla strategia psicologica del salvataggio dei minatori cileni (nationalgeographic.com/history/article/chilean-miners-rescue-psychological-strategy).
- NPR (8 agosto 2011), «A Year Later, Chilean Miners Sift Through Trauma».
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